Lezioni costruite sul set
Sei lezioni per ogni set: le parole, un tempo verbale alla volta, una prova. Il programma lo scrive quello che hai scritto tu.

«Chi impara una lingua ha un problema di tempo, non di volontà.»
La riga da cui è partito tutto
Le app di studio chiedono venti minuti al giorno che nessuno ha, e insegnano frasi scelte da qualcun altro. Nel frattempo, la stessa persona passa due ore al giorno a scrivere messaggi: parole vere, sue, in situazioni vere.
Glotta si mette lì. È una tastiera: la usi al posto di quella di sistema, scrivi normalmente, e sopra i tasti compare la traduzione. Se ti serve, un tocco la sostituisce e mandi quella. Non hai aperto nessuna app, non hai studiato niente.
E le parole che scrivi diventano materiale di studio — non perché tu le abbia salvate, ma perché le hai usate.
Glotta non compete sul contenuto. Compete sull'attrito, che è quasi zero.
Sei lezioni per ogni set: le parole, un tempo verbale alla volta, una prova. Il programma lo scrive quello che hai scritto tu.
Tradurre quello che scrivi e quello che ricevi. Metà della conversazione oggi non passa da Glotta.
Formale o informale prima di inviare. Nelle lingue con il «lei» è la differenza fra un messaggio giusto e uno imbarazzante.
Otto oggi, e una in più solo quando la tastiera la sa scrivere davvero — lettere, accenti e dizionario compresi.
Chi lavora in inglese non madrelingua scrive email tutto il giorno. È lo stesso prodotto, con un pubblico che paga più volentieri.
Le parole che raccogli scrivendo diventano il set della settimana, e il set diventa la conversazione che fai a voce la sera. Più scrivi, più il vocabolario è tuo — ed è lì che Glotta smette di essere una tastiera e diventa il modo in cui impari.
La pagina «Come funziona» apre i cinque passaggi, i quattro posti in cui succede e il motore che sta sotto.